Una galleria delle opere di Massimo Piazza dedicate alla natura, realizzate nel periodo che va dal 1990 al 2020.

L’immagine della Natura, nella sua poliedrica complessità di significati diretti o riposti, espliciti od ambigui, è sempre stata al centro delle rappresentazioni artistiche, ed ha preso nelle varie epoche della storia almeno un triplice spessore semantico. Di natura-simbolo, quando ancora certi suoi aspetti erano per l’uomo degli enigmi, delle entità sovrannaturali con caratteristiche di ostilità antropomorfiche; di natura ideale, allorquando l’iconografia rispecchiava nelle divinità pagane o nelle scene bibliche ed evangeliche i desideri, le paure, le speranze e le illusioni dell’umanità; di natura-metamorfosi, in tutti quei casi in cui essa non fissava che l’immanenza del transitorio: di quel continuo farsi-disfarsi-rigenerarsi di ogni elemento della concretezza.

In questi ultimi lavori di Massimo Piazza realizzati con la sua ormai consueta scompaginazione delle forme e dei piani prospettici in anamorfici orditi di matrice futurista, la Natura assume una triplice valenza connotativa. Prende il significato frontale di stupefacente spettacolo di bellezza, pur nelle sue polarità di ombre o di luci, di dolcezza o di spasimo, di evidenza o di mistero, di amorevolezza o di crudeltà; ma diventa anche immenso arsenale-laboratorio della materia, dalla quale l’intelligenza o il lavoro umani hanno saputo e sanno attingere, trasformando i materiali vivi ma informi in oggetto, in bene d’uso; ed acquista, infine, l’accezione emblematicamente alienante di minacciosa presenza, di simbolo di negatività, nel momento in cui sfugge al controllo della razionalità e della comprensione, dilatandosi in una sorta di mitica sfinge dell’era tecnologica ed informatica.

Se per un Pollock l’icona della Natura si decompone in un selvaggio ed impenetrabile labirinto, dove l’uomo si smarrisce come in una primordiale giungla, che di riflesso non è altro che l’immagine congestionata e ribollente dell’artigliante metropoli, o per un De Chirico rimane fulminata in muta ed estraniante piazza, in cui l’apparente ordine delle simmetrie è invece una sinistra trappola speculare dove splendono statue di consunti miti o scorrono manichini e automi, per Massimo Piazza si configura in uno stratificato organismo di ordine-disordine, nel quale l’impronta dell’uomo e della sua coscienza è raffigurata da viluppi di radici, di rami; dal metamorfico sedimentare di sagome vagamente antropomorfe, oppure dal saettare di taglienti intersezioni di mondi vegetali, animali, minerali, meccanici. Si presenta, dunque, simile a un polifonico prisma, la Natura, nelle composite ed inquietanti immagini di Piazza, e se da un lato non perde le sue proprietà di plasticità e di armonia, dall’altro è percorsa da una corrente straniante, perché simboleggia il groviglio stesso della nostra dimensione contemporanea di uomini-cifra. Di figli-plasmatori di un habitat che ci sostiene ed alimenta, ma che potrebbe diventare, per opera delle nostre stesse mani, l’incontrollabile macchina di un catastrofico processo distruttivo a catena. 

Critica a cure di Gianni Pre – 1993 –

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